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Inferno feisbucchiano, Girone dei miscredenti.

Legge del contrappasso: essere taggati in una foto in cui non si è presenti e che ha sullo sfondo la Basilica di San Pietro.

La rimozione del tag è stata immediata.

 
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Pubblicato da su 6 gennaio 2013 in al peggio un c'è mai fine

 

C’ho una montaigne di roba da studiare…

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Pubblicato da su 29 dicembre 2012 in vita universitaria

 

Porca troia, nove mesi che non aggiorno il blog. Sono di un’incostanza micidiale in fatto di scrittura. Cerchiamo di rimediare.

In primavera, sono stata per quattro giorni a Siviglia con Silvia e Giulia. Siccome avevamo sbagliato a prenotare l’albergo, la prima frase che ho detto una volta atterrata in terra andalusa è stata la seguente: «Perdoname, se puede dormir aqui una noche in più?».
Ecco cosa succede a guardare troppo spesso Il ciclone di Pieraccioni.

Oggi mia madre ha fatto l’albero. Quest’anno ci siamo risparmiati l’abete alto due metri e abbiamo optato per un albero versione bonsai.
«Bellino, no? Ora devo solo mettere lo zerbino natalizio, fare il presepe sul mobile dell’ingresso, andare a prendere il pupazzo di Babbo Natale con la slitta, mettere i centrini rossi e attaccare qualcosa alla porta di casa».
«Nient’altro?».
«Posso attaccarti questa calza della befana all’attaccapanni di camera tua?».
«No».
«Sì, dai, te la metto qui. Guarda bellina».

Ah, ragazzi, per inciso, a luglio mi sono laureata (applausi registrati). Sembravo quasi una personcina seria con il mio vestitino rosso e nero e le scarpe col tacco (risate registrate).
La cosa bella di avere una laurea è che le persone capiscono subito di avere davanti una dottoressa, basta una sguardo e tac!, si rivolgono a te con tutto il rispetto che si addice al tuo titolo di studio.
Controllore sull’autobus: «Ciuffàta di capelli, te che ce l’hai i’ biglietto?».

Siccome gli esami non finiscono mai, se si è particolarmente masochisti da non farsi bastare la laurea triennale, ci si iscrive a un corso di laurea magistrale.
In fila alla cassa dell’Ipercoop, coppia di vecchini avvia una conversazione per ammazzare il tempo.
Lui: «E cosa studi?».
Io: «Filologia».
Lui: «Filosofia?».
Io: «No, filologia».
Lui: «Filmologia?».
Io: «No, FILO-LOGIA».
Lei: «Ah, quindi ti garba cucire…».

Se non altro, seguendo le lezioni, ti rendi conto della superiorità di un corso magistrale rispetto a un corso triennale.
Ultima lezione di letteratura italiana del semestre.
Professoressa: «Se volete possiamo vederci anche domani per fare una lezione su Petrarca nel Novecento».
Compagno di corso: «Ma veramente noi ci siamo già messi d’accordo per andare tutti insieme a pranzo».

Resta comunque il prestigio dell’ambiente universitario.
Compagna di corso: «Sono sconvolta: sono entrata nel bagno a piano terra e ho visto una zingara che si faceva il bidet nel lavandino. Dopo un attimo di smarrimento, sono uscita dal bagno e ho preso per un braccio la prima persona che passava di là: il professore di linguistica. L’ho portato in bagno e insieme abbiamo visto la zingara che si asciugava la passera con la sciarpa, si riavvolgeva la sciarpa intorno al collo, si rimetteva le mutande che aveva buttato per terra e se ne andava».

Fuori dall’università la situazione non è migliore.
I maniaci al tempo degli sms: «Sai che ho un cazzo spropositato?».

Meno male che tra 13 giorni il mondo finirà.

 
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Pubblicato da su 8 dicembre 2012 in cose a caso

 
Digressione

Al supermercato con la Madre.

Riccia (sottovoce): «Mmh, mamma cammina veloce e a testa bassa, c’è una promoter lì all’angolo che vuole attaccarci un pippone clamoroso, me lo sento».
Promoter: «Salve! Guardate queste bellissime tazze: sono in omaggio con tre confezioni di latte, vi interessano?».
Madre: «No no, grazie».
Promoter: «Ma aspetti, venga qui a vederle meglio».
Riccia: «Siamo intolleranti al latte e a tutti i suoi derivati».
Promoter: «Ah, che peccato».
Attimo di silenzio.
Madre (berciando): «Eleeee! Le hai prese le mozzarelle? Per pranzo mangiamo quelle!».

 
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Pubblicato da su 16 marzo 2012 in cronaca familiare, Uncategorized

 

Con un’abbondante settimana di ritardo, il Padre ha fatto una battutona sulla apparizione di Belén a Sanremo:
«Bah, eppure, ai miei tempi, le donne ce l’avevano centrale, la farfalla. Lei invece ce l’ha laterale. Come cambia il mondo…».
Sono questi i rari momenti in cui capisco da chi ho preso il mio senso dell’umorismo del cazzo.

L’indole da bolscevica, invece, a quanto pare l’ho ereditata dal nonno che -la notte scorsa- ci ha deliziato cantando a squarciagola nel sonno Bandiera rossa, per poi concludere la sua performance con la seguente presa di posizione: «Ma dove ce l’avete voi l’ugualità? Nel culo ce l’avete!».
Insomma, è stato un vero discorso da comunista. Eppure, nel mondo reale, il mi’ nonno ha abbandonato il proletariato per abbracciare la causa di Casini e dell’U.d.C. (Unione del cazzo). So che è difficile da credere, ma è proprio così.

Bene, detto questo io partirei con il toto-voto in vista del mio ultimo esame, che sosterrò martedì. Si prospettano le seguenti possibilità:
1) Ritenta, sarai più fortunata. (A seguire, le parolacce in lombardo e napoletano insegnatemi da Smi e Gota).
2) Un 18 e un calcio in culo. Fuck yeah!
3) Voto superiore al 18. Potere della botta di culo vieni a me!, come direbbe Sailor Moon se fosse iscritta all’università.
4) 30 o 30 e lode. Dio c’è, ora c’ho le prove.
Qualunque sia il risultato, io mi sono messa avanti e ho già progettato un martedì sera alcolico in compagnia di Silvia e Giulia. L’alcol è come il colore nero: sta bene su tutto.

(Ah, qualora i maschietti se lo stiano chiedendo, non ho ancora pensato alla classifica delle donne che sposerei. Comunque una cosa è sicura: Belén e la sua farfalla non ci sono).

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2012 in varie ed eventuali

 

‘Orcatroia, più di venti giorni che non scrivo sul blog. Vediamo di rimediare.

In primis, informo tutti i puristi della lingua che il caro Smi si è offerto di insegnarmi una serie di parolacce in lombardo. Ovviamente ho colto la palla al balzo e ho accettato subito (che cazzo ve lo dico a fare). Perché mai avrei dovuto rinunciare alla possibilità di ampliare i confini del mio personale vocabolario di volgarità ben oltre gli orizzonti toscani?
Umberto Eco dice che solo gli stronzi usano parole volgari. Ma tanto io, stronza, lo sto diventando parecchio, quindi il problema non si pone.
La prima parolaccia che Smi mi ha insegnato è broeta loegia, che significa più o meno brutta vacca. Il nuovo vocabolo mi è tornato subito utile per definire quelle due grandissime puttane che stamattina hanno rubato il portafoglio alla Madre (nel quale c’erano 50 euro miei, tra l’altro). Ho anche augurato loro di essere sommerse da una montagna di merda e di spendere i 150 euro che si sono fottute  in supposte da due etti cadauna.
Poi che altro dire? Sto passando delle giornate di merda in cui l’attività predominante consiste nel costringermi a studiare per questo cazzutissimo ultimo esame di ‘sta minchia, che mi sta rovinando lo stomaco, l’umore e la vita in generale. Senza contare che stando sempre seduta su una sedia, il mio culo sta diventando ancora più quadrato di quanto non sia già.
«Quante ore studi al giorno?» mi ha chiesto Giulia la scorsa settimana.
«Non molto, ho il cervello in pappa. Dalle 9 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 17.30».
«In pratica fai orario di ufficio» ha osservato alzando il sopracciglio destro.
In effetti non ha tutti i torti. Ciò non toglie che io ne abbia le palle piene. La cosa più divertente che ho fatto oggi è stato preparare un tiramisù. La Madre dice che tutti gli studenti universitari, quando arrivano all’ultimo esame, non ne possono più e non hanno più voglia. Ma io non so se sia effettivamente così.
Tra le tante attività ricreative cui si dedica il mio cervello durante le pause dallo studio (che si susseguono con cadenza regolare, a distanza di circa venti minuti l’una dall’altra) ce n’è una che mi ha involontariamente suggerito Gota. Si tratta di elencare gli uomini da cui accetterei una proposta di matrimonio. Vi elenco i primi dieci:
1) Patrick Dempsey. Lui ancora non lo sa, ma è l’uomo della mia vita.
2) Jude Law. Ho sempre pensato che i londinesi fossero un po’ spocchiosi. Dei tipetti con la puzza sotto il naso, ecco. Però, di fronte a uno come Jude, ci si può passare sopra, no?
3) Claudio Amendola. Che ci posso fare? Mi fa sesso. Secondo me è il marito perfetto: quando rientri a casa da lavoro, lui è già lì che ti sta preparando la cena con addosso solo una parannanza.
4) Chris Martin. Il suo falsetto mi fa impazzire. E poi è risaputo che ho un debole per l’occhio ceruleo.
5) Alessio Boni, soprattutto in versione capello lungo e fluente che fa molto uomo selvaggio. Wild, wild man. (Gota, tranquilla, come stabilito qualche giorno fa, ce lo dividiamo: giorni pari tu, giorni dispari io).
6) Taye Diggs. Per me è il nero più sexy del pianeta.
7) Marco Bocci. Mi dà tanto l’idea di eroe romantico. Uno Jacopo Ortis dei giorni nostri.
8) Raoul Bova. Banale? Sarà, ma l’è un gran pezzo di gnocco. E ha tanto l’aria del marito fedele e del bravo padre di famiglia.
9) Charlie Brown. Sì, lo so, non esiste. Però è la mia anima gemella: la pensiamo allo stesso modo praticamente su tutto.
10) Leonardo Pieraccioni, perché non c’è niente di meglio di un uomo che sappia farti ridere. La bellezza passa, il senso dell’umorismo no.

Ce ne sarebbero tanti altri, ma non voglio annoiarvi. Magari non appena avrò un po’ di tempo, farò  anche l’elenco delle donne che sposerei. Così i lettori maschi potranno pronunciarsi meglio a riguardo. Io sono per la par condicio.

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2012 in cose a caso

 

Ieri ho trascorso l’intera giornata a Bologna, dal parentado. In linea generale, i dialoghi tra me e mia zia si sono incentrati su quattro domande che lei mi ripeteva ciclicamente.
1) Ma allora? La finiamo quest’università oppure no?!
2) Ma che significa che non farai la specialistica?! E allora cosa farai? E questi tre anni a cosa ti sono serviti?
3) Ele, io a maggio parto per tre giorni: vado a Lourdes. Vuoi venire?
4) Senti, visto che non vuoi fare la specialistica perché sei cocciuta come un mulo, che ne dici di partire per il militare?

Per la cronaca, anche le mie risposte venivano ripetute ciclicamente, ed erano esattamente le seguenti:
1) Speriamo. Anche se forse ci vorrebbe un miracolo.
2) Non lo so cosa farò. So solo che questi tre anni, fondamentalmente, non mi sono serviti a un cazzo.
3) Certo, come no. Un’atea miscredente pagana come me non vede l’ora di venire a Lourdes. Anzi, sai che ti dico? Partiamo subito.
4) Il militare?! Credo che ti sfugga un piccolo particolare, zia: io non posso entrare nelle forze dell’ordine perché di solito sono quella che sta dall’altra parte della barricata a prendere le manganellate.

Per chi creda che vi sia una contraddizione intrinseca tra il mio essere un’atea miscredente pagana e l’attesa di un miracolo per laurearmi, ricordo che già Montale, in una poesia, scrisse: Si dice ch’io non creda a nulla, se non ai miracoli.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2012 in cronaca familiare